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La fama conquistata dal vino di Orvieto in epoca etrusca ritornò a splendere, e a diffondersi, in epoca medioevale e rinascimentale grazie a vescovi, cardinali e papi che soggiornarono più o meno lungamente sulla Rupe o nei paraggi.
Nel Medioevo la Santa Sede fu spesso vagante; per un motivo o per l’altro alcuni pontefici dovettero abbandonare Roma e risiedere altrove: Adriano IV, Urbano IV, Martino IV, Clemente VII e altri scelsero Orvieto e vi si stabilirono per periodi più o meno lunghi. Negli anni in cui Orvieto fu residenza papale, frequenti erano le relazioni con Roma e verso questa città partivano spesso barili del celebre vino destinati ad uomini eminenti; non a caso, fin dal medioevo, il vino di Orvieto era conosciuto come il “vino dei papi”.
Moltissimi sono gli aneddoti che ci raccontano come la qualità del vino di Orvieto sia stata sempre apprezzata da illustri estimatori. Papa Paolo III Farnese ne era particolarmente ghiotto e pare che Gregorio XVI, nelle disposizioni testamentarie, abbia espresso volontà d’essere lavato con questo vino prima d’essere inumato. Il miracolo è fatto, o Padre Santo, con l’acqua vostra che ci piace tanto; ma sarebbe il portento assai più lieto, se l’acqua la cangiaste in vin d’Orvieto.
Pasquino | Il vino ha avuto addirittura un ruolo significativo nella costruzione del Duomo di Orvieto: i Maestri che lavoravano nella cava di Monte Piso ad estrarre e sbozzare la pietra di travertino, tra il 1347 e 1349 ne acquistavano periodicamente grandi quantità unitamente a ciotole e panatelle per berlo e le maestranze impiegate ad Orvieto ed in altre città sollevavano "rumori" per assicurarsene un quantitativo gratis. La stessa Opera del Duomo lo elargiva nelle grandi occasioni come il compimento dei lavori importanti o su richiesta del capo maestro. Ma quello che più è interessante è trovarlo espressamente richiesto nei contratti di lavoro. Nel 1496 il contratto stipulato tra l’Opera del Duomo e il Pinturicchio concede al pittore “sei quartenghi di grano per ogni anno.... e il vino necessario” Quattro anni dopo, nell’accordo siglato tra l’Opera del Duomo e Luca Signorelli per la realizzazione degli affreschi, è scritto che l’Opera avrebbe dovuto consegnargli ogni anno 12 some di vino (circa 1000 litri). “Item che la fabrica sia obligata a darli, per lo tempo che lui lavora continuo, dui quartenghe di grano al mese e dodice some di mosto per ciascun anno alla vendebia incomensando alla vendebia proxima che verrà”. L’idea di quanto potesse essere apprezzato e desiderato il vino orvietano è espressa, meglio che in ogni altra cosa, nella petizione presentata per voce di Pasquino a Papa Paolo V Borghese, il giorno dell’inaugurazione dell’acquedotto romano all’Acqua Marcia alla fine del 1600. La colorita esclamazione di Gioacchino Belli nelle Regole contro l’ubriacature - sonetto del 1835 - sottolinea come il “bianco di Orvieto”, fosse considerato “il vino delle grandi occasioni” per le sue qualità eccellenti rispetto ai vini comuni e fosse destinato esclusivamente alle tavole di quanti potessero pagarne il prezzo elevato. Lettera di Sigmund Freud alla moglie Martha
Ieri ancora viaggio a Chiusi e di sera giunti qui. Massa di stupende impressioni. Orvieto si trova su un’altura rocciosa come Hohensalzberg, da treno e cremagliera in città attraverso un buio tunnel. Tutto qui alto e massiccio, illuminato a elettricità. Gente nera come zingari nell’antica Etruria. Hotel Belle Arti pulitissimo, come tutto finora, vino famoso, ha un sapore simile al Porto. il duomo policromo, facciata di giorno non ancora vista. Aspetto lettera qui o vi telegrafo. Cordialissimi saluti. | In epoca a noi più vicina il vino d’Orvieto fu usato da Giuseppe Garibaldi e dai suoi Mille per brindare, prima di lasciare il porto di Talamone per l'avventura siciliana: Giuseppe Bandi, valoroso ufficiale toscano, segretario particolare del generale, racconta: “La mia comparsa fu salutata con un grido dagli amici e da quell’ottimo uomo del Generale (Garibaldi). Mi fé cenno di avvicinarmi a lui e porgendomi un bicchiere colmo di vino d’Orvieto mi disse: - bevete anche voi alla buona fortuna d’Italia”.Nel settembre 1897 Sigmund Freud, in visita ad Orvieto, scrivendo una cartolina alla moglie Martha non può fare a meno, oltre che del Duomo, di parlarle del vino che definisce “famoso”e “simile al Porto”. E sebbene a prima vista l’accostamento può apparire curioso in realtà con questo suo paragone egli non fa altro che confermare la caratteristica prevalente dell’Orvieto antico, che era infatti un vino dolce, e da altri paragonato al muffato per eccellenza, il Sauternes francese. |