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di
Wendell Berry Spesso,
alla fine di una conferenza sul declino della vita rurale e dell'agricoltura in
America, qualcuno dell'uditorio chiede: "Cosa può fare chi abita in
città?" "Mangiare responsabilmente" rispondo di solito.
Naturalmente cerco di spiegare cosa intendo con questa espressione, ma mi sembra
sempre di non aver detto abbastanza. Adesso vorrei cercare di offrire una spiegazione
più ampia. Comincio dall'affermazione che mangiare è un atto agricolo
ed ecologico. Mangiare conclude il dramma annuale dell'economia alimentare che
inizia con la semina e la nascita. Molti mangiatori non sanno più che questo
è vero. Pensano all'alimentazione come produzione agricola, forse, ma non
si considerano parte dell'agricoltura. Si considerano "consumatori".
Se pensano un po' più a fondo, devono riconoscere di essere consumatori
passivi. Comprano quello che vogliono, o quello che sono stati persuasi a volere,
nei limiti di ciò che possono comprare. Pagano, per lo più senza
protestare, il prezzo che viene chiesto. E in genere non sanno nulla degli argomenti
fondamentali sulla qualità e il costo di produzione di ciò che gli
viene venduto: quanto sia veramente fresco, quanto sia puro o pulito, o libero
da pericolose sostanze chimiche, da che distanza arriva e quanto il trasporto
ha aggiunto al costo, quanto la trasformazione industriale, l'imballaggio e la
pubblicità incidano sul prezzo. Quando l'alimento è stato trasformato,
manipolato o precotto, che effetti queste operazioni hanno avuto sulla sua qualità,
valore nutritivo e sul prezzo? La maggior parte degli abitanti delle città
che fanno la spesa dicono che gli alimenti sono prodotti nelle aziende agricole.
Ma in genere non sanno quali aziende agricole, o che tipi di aziende agricole,
dove si trovano, né quali conoscenze e abilità sono in gioco in
agricoltura. A quanto pare non hanno dubbi sul fatto che gli agricoltori continueranno
a produrre, ma non sanno come né superando quali ostacoli. Per loro, perciò,
l'alimentazione è un'idea parecchio astratta, una cosa che non conoscono
né immaginano, finché non compare sulla tavola o sullo scaffale
dei prodotti alimentari. La specializzazione della produzione provoca la specializzazione
dei consumi. Per esempio, i clienti abituali dell'industria del tempo libero sono
sempre meno capaci di intrattenersi da soli e sono diventati sempre più
passivamente dipendenti dai fornitori di divertimenti a pagamento. Ciò
è sicuramente vero anche dei clienti abituali dell'industria alimentare,
che hanno sempre più la tendenza a diventare dei meri consumatori, passivi,
acritici e dipendenti. Questo tipo di consumo può essere considerato sicuramente
uno degli obbiettivi principali della produzione industriale. Gli industriali
dell'alimentazione sono riusciti a persuadere milioni di consumatori a preferire
alimenti già pronti. Coltivano, cucinano, vi portano i pasti e (proprio
come la vostra mamma) vi supplicano di mangiare. Non vi offrono ancora di infilarvelo
in bocca premasticato solo perché non hanno ancora scoperto un modo di
farlo che permetta di aumentare i profitti. Possiamo star sicuri che sarebbero
ben contenti di scoprirlo. Il consumatore industriale ideale sarebbe legato a
una tavola con un tubo in bocca che va direttamente dall'impianto alimentare al
suo stomaco. Forse
esagero, ma non di molto. Il mangiatore industriale infatti non sa che mangiare
è un atto agricolo, non conosce più né immagina i collegamenti
che esistono fra l'atto di mangiare e la terra ed è perciò necessariamente
passivo e acritico, in parole povere, una vittima. Quando il cibo, nelle menti
di coloro che lo mangiano, non è più legato all'agricoltura e alla
terra, si soffre di un'amnesia culturale pericolosa e fuorviante. L'attuale visione
della futura "casa di sogno" comprende il far la spesa "senza fatica"
da una lista di beni disponibili su un monitor televisivo e mangiare cibo precotto
attraverso il controllo remoto. Ovviamente tutto ciò dipende e implica
una perfetta ignoranza della storia del cibo consumato. Esige che i cittadini
rinuncino alla loro avversione ereditaria a comprare un maiale infilzato in uno
spiedo. Desidera trasformare la vendita di maiali infilzati in un'attività
onorevole e attraente. Il sognatore in questa casa di sogno per forza non saprà
nulla della qualità di questo cibo, da dove viene, di come è stato
prodotto e preparato, o quali ingredienti, additivi, e residui contiene, a meno
che il sognatore non si impegni in un accurato e continuo studio dell'industria
alimentare, nel qual caso potrebbe anche svegliarsi e giocare un ruolo attivo
e responsabile nell'economia alimentare. Esiste perciò una politica alimentare
che, come qualsiasi altra politica, mette in questione la nostra libertà.
Ancora (ogni tanto) ci ricordiamo che non siamo liberi se le nostre menti e parole
sono controllate da qualcun altro. Ma abbiamo omesso di capire che non possiamo
essere liberi se il nostro cibo e le sue risorse sono controllate da qualcun altro.
La condizione del consumatore passivo di alimenti non è una condizione
democratica. Una delle ragioni per mangiare responsabilmente è di vivere
liberi. Ma se esiste una politica alimentare, esiste anche un'estetica alimentare
e un'etica alimentare, nessuna delle quali è separabile dalla politica.
Come il sesso industriale, anche l'alimentazione industriale è diventata
una cosa povera, degradante e meschina. Le nostre cucine e gli altri luoghi in
cui si mangia assomigliano sempre più a distributori di benzina, e le nostre
case somigliano sempre più a motels. "La vita non è poi molto
interessante" sembriamo aver deciso. "Lasciamo che le sue soddisfazioni
siano minimali, veloci e distratte". Attraversiamo di corsa i nostri pasti
per andare a lavorare e attraversiamo di corsa il nostro lavoro per andarci a
"ricreare" la sera, nei fine-settimana o nelle vacanze. E poi corriamo
alla massima velocità possibile, nel rumore e nella violenza, attraverso
la nostra ricreazione, perché? Per mangiare il miliardesimo hamburger in
un qualche fast-food pronto a tutto per migliorare la "qualità"
della nostra vita? E tutto questo si svolge nell'oblio più totale delle
cause ed effetti, delle possibilità e degli scopi della vita del corpo
in questo mondo. Si può riconoscere questo oblio rappresentato nella sua
verginale essenza nella pubblicità dell'industria alimentare, nella quale
il cibo si porta addosso la stessa quantità di trucco degli attori. Se
ci si formasse una competenza alimentare su questa pubblicità (come alcuni
presumibilmente fanno), non si saprebbe se i vari alimenti siano mai stati esseri
viventi o che tutti vengono dalla terra, o che sono stati prodotti dal lavoro
umano. Il consumatore americano passivo, seduto davanti a un pasto di alimenti
precotti o di fast-food, vede un piatto ricoperto di sostanze inerti, anonime,
che sono state trasformate, colorate, impanate, riempite di salsa, devitalizzate,
macinate, spappolate, artificializzate, frullate, ingraziosite e igienizzate al
di là di ogni somiglianza a qualsiasi parte di qualsiasi creatura sia mai
vissuta su questa terra. I prodotti della natura e dell'agricoltura sono stati
resi, all'apparenza, prodotti dell'industria. Sia chi mangia sia chi è
mangiato viene così esiliato dalla realtà biologica. Ne risulta
un tipo di solitudine senza precedenti nell'esperienza umana, in cui chi mangia
può pensare al mangiare come una mera transazione commerciale fra lui e
un fornitore e poi come uno scambio esclusivamente di appetito fra se stesso e
il proprio cibo. E questa strana specializzazione dell'atto di mangiare è
di nuovo ovviamente benefica per l'industria alimentare, che ha buone ragioni
per oscurare i collegamenti fra alimenti e coltivazioni. Non sta bene far sapere
al consumatore che l'hamburger che sta mangiando è fatto con pezzetti di
carne che provengono da quaranta manzi diversi che hanno passato gran parte della
loro vita in piedi camminando in uno spesso strato dei loro escrementi in un capannone
di alimentazione e contribuendo a inquinare i corsi d'acqua locali, o che il vitello
che ha prodotto la fettina nel suo piatto ha passato la vita in un box in cui
non aveva lo spazio per girarsi...
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