Cereali e Legumi

Gli scrittori latini e greci riconoscevano al territorio dell'Etruria una generosa e speciale fertilità, ignota, a quanto pare, ad altre aree dell'Italia antica; inoltre, attribuivano ai contadini etruschi tecniche colturali molto avanzate.
Malgrado i colpi inferti dall'occupazione romana, le città etrusche rappresentarono per secoli i "granai" dell'Urbe. In un passo del "De re rustica" di Varrone - in cui si parla della resa dei terreni rispetto alla quantità delle sementi - si evidenzia il risultato record dei terreni dell'Etruria.
"Una prova concreta di tale fertilità ci è fornita proprio dall'annalistica romana, che registra lungo l'intero arco del V secolo una serie cospicuo di rifornimenti di grano per il quale in caso di necessità Roma ricorse alle città dell'Etruria (Livio, II, 34, 3-5; IV, 13,2; IV,25,4; IV, 52,5-7), e in particolare alle città dell'Etruria interna come Orvieto e Chiusi". (G.Sassatelli, L'alimentazione degli etruschi, in J.-L. Frandin -M.Montanari, Storia dell'alimentazione, Laterza)
La qualità dei cereali coltivati dipendevano sia da terreni particolarmente vocati sia da progredite tecniche, quali il sistema del maggese, caratterizzato dalla rotazione biennale delle colture "con un alternanza di un anno di cereali e uno di riposo annuale del campo, che poteva così essere utilizzato per il pascolo e per i legumi" che avevano, tra l'altro, la proprietà di fissare l'azoto nel terreno preparandolo, in tal modo, per le colture cerealicole dell'anno successivo.

Per quel che riguarda le colture e i prodotti lo stesso Varrone ci informa (De re rustica) che i più diffusi erano il grano  (triticum) nelle varie sottospecie, l'orzo (hordeum), il farro (far) e le fave (fabae). "Se integriamo queste notizie con un noto passo di Plinio (XVIII, 48-50) apprendiamo che le due specie primarie erano appunto i cereali (frumenta) e i legumi (legumina). Tra i cereali vengono ricordati il grano e l'orzo, ma anche il miglio (miluim), il panico (panicum), il sesamo (sesama) e altri. Tra i legumi la fava (faba), il cece (cicer), il pisello (pisum), le lenticchie (lens)”.
Soltanto in Etruria veniva coltivata una sottospecie di grano "di qualità superiore e con la cariosside svestita" (G.Sassateli, ibidem) che consentiva la panificazione, operazione altrimenti impedita servendosi di altre varietà di triticum di qualità inferiore e da cariosside vestita. La farina di quest’ultime era usata per preparare piatti come la mola salsa o la puls (una sorta di polenta).
La farina veniva ricavata anche dai legumi, in special modo da fave e ceci. Questi si potevano anche cuocere con l'acqua e essere mangiati  bolliti. Plinio parla, a tal proposito, di una minestra di fave.

IL FARRO

Anche il farro, pur vantando una radicata tradizione nell'alimentazione umana, solo di recente è stato reintrodotto nelle coltivazioni della zona e la limitata produzione è venduta confezionata (e certificata nel caso del biologico).
Il cereale è detto anche frumento vestito, dal momento che il suo seme risulta ricoperto da un tenace involucro protettivo per eliminare il quale dopo la trebbiatura  si deve procedere ad un successivo intervento detto decorticatura o sbramatura.
La semina, che è più tardiva del grano, si effettua fino a gennaio con un impiego di circa 200 Kg di seme per ettaro. Predilige terreni con una certa pendenza, possibilmente sui 200/300 metri s.l.m.
Resiste bene all’inclemenza del clima, alle infestazioni parassitarie e non richiede una particolare concimazione. 
Caratteristiche queste che consentono di ottenere un prodotto quasi “biologico” con assenza completa di sostanze inquinanti quali fitofarmaci e anticrittogamici. Si raccoglie nel mese di giugno con le normali mietitrebbia; è consuetudine stivarlo per due o tre mesi prima di passare alla " sfogliatura".
L'uso di questo cereale nella dieta umana, prevede sempre  la cottura e nella maggior parte dei casi è utilizzato per la preparazione di zuppe, sovente associato ad altri legumi quali lenticchie, ceci o fagioli, ma è ottimo anche come sostituto della pasta di grano, condito con sughi un po' piccanti a base di pomodoro (aglione).

Oltre alla zuppa, la ricetta classica e anche la più conosciuta, alcune varianti facili da realizzare sono:
farro alla crema di fagioli e zucchine oppure la pappa di farro e ceci, il farro in cavolo nero, farrotto di zucca gialla, minestra povera di farro.
L'uso nei secondi piatti è limitato, ma ottimo è il polpettone, la perdurata, lo sformatino di ceci e farro, farro e pomodori al forno.  Infine il farro in chicchi può essere usato nei dolci casalinghi in sostituzione del riso e del mais.
Tra i dolci, oltre alla torta di farro e ricotta,  quello che maggiormente incuriosisce è il legame tra il farro e il vino: la Vinata di Farro è un dolce povero, fatto con mosto parzialmente fermentato e zucchero;
la Focaccia della vendemmia, viene preparata con uve rosse e ben mature.

LE FAVE

La fava (Vicia faba L.) è uno dei più antichi legumi presenti in Europa, consumato da millenni da parte dei popoli attorno al Mediterraneo. Rinvenuta in giacimenti di età Neolitica in Spagna, Isola di Jersey e Savoia, la si trova anche in Egitto nelle tombe della XII dinastia (2400-2200 a.C.)  tra i cibi offerti per il viaggio nell’aldilà. Il legume è inoltre citato nella Bibbia (Ezechiele,4,9-13), e più volte nei testi classici (Erodoto e Plinio). Pitagora considerava la fava impura riprendendo il mito secondo cui Cerere avrebbe donato ad una città dell’Arcadia semi di varie leguminose ma non della fava. Si supponeva che le anime trasmigrassero nelle fave, legando così, le piante alla tradizione funebre: a Roma i semi si mangiavano nei festini che seguivano i funerali o nelle feste lemurali per scongiurare il ritorno di spiriti maligni. E’ qui che nasce la tradizione di legare le fave alla festività dei Morti. Orazio e Cicerone  spiegano che questo cibo era proibito ai Pitagorici perché difficile a digerirsi e perché dà torpore alla mente. Nonostante l’uso comune per tutto il Medioevo, rimase intorno alla pianta un alone funereo. Legume con ottime proprietà nutrizionali, presenta un valore calorico inferiore di un terzo a quello dei cereali, elevato contenuto di proteine, carboidrati, vitamine, sali minerali e fibre (presenti soprattutto nella buccia).  La sua coltivazione trova condizioni ideali nei terreni tufacei dell’altopiano dell’Alfina, a breccia mista e calcarei dei colli Orvietani e della valle del Paglia.  La fava nell’Orvietano ha tradizioni antichissime e fino a qualche decennio fa non mancava mai in ogni podere.  Le fave si consumano fresche oppure secche, e mantengono un posto di riguardo nella cucina locale: bruschetta con purea di fave e finocchietto selvatico, minestra di fave, scafata, ecc.). Spesso venivano anche conservate sott’olio unitamente a piselli e/o asparagi di bosco e costituivano un ottimo e nutriente alimento nei periodi freddi.  Esisteva anche una varietà più piccola, detta favetta, destinata all’alimentazione zootecnica e alla concimazione (sovescio). E’ oggi possibile reperire sul mercato locale prodotti coltivati in loco e ciò grazie alla passione di alcuni agricoltori che hanno reintrodotto  tale leguminosa spesso in coltura biologica.


LENTICCHIE
La lenticchia ha sempre avuto un ruolo rilevante nell' alimentazione delle popolazioni contadine essendo un legume poco esigente da un punto di vista colturale, che ben si  adattava  ad una molteplicità di terreni che ben sopportava periodi siccitosi, ed al tempo stesso costituiva un ottimo alimento ricco di proteine e vitamine. 
La sua diffusione nel territorio è andata progressivamente calando con il crescente abbandono della campagna e la evoluzione del rapporto mezzadrile, che ha comportato il superamento della logica di produzione autarchica ed il conseguente avvento della specializzazione colturale.
 Fino agli anni '50 in ogni podere vi era una parcella coltivata a lenticchia con una delle varietà in uso nella zona, anche se nessuna di queste era riconducibile ad un ecotipo locale. Attualmente tale coltura  è stata rivalutata da alcune aziende, in particolare biologiche, ed anche se la produzione rimane limitata si riscontra un certo interesse da parte del mercato e dei consumatori.
 La varietà più diffusa è quella policroma e di piccole dimensioni con buccia tenera e resistente alla cottura che viene seminata con un investimento di circa 50-80 Kg/ha e che produce dai 7 agli 8 q./ha.

FAGIOLO
Il fagiolo secondo del piano.
Si tratta di una varietà locale molto diffusa ed apprezzata fino al dopoguerra ma poi soppiantata da altre sementi. Il suo nome deriva dal fatto che veniva seminato nel mese di giugno sullo stesso terreno sul quale era stato raccolto il grano o altri cereali e pertanto si  trattava di una seconda coltura. La parola “piano” stava invece a specificare la predilezione del legume per i terreni di fondovalle che specie in prossimità di fiumi o corsi d'acqua beneficiavano di in microclima sufficientemente umido, tale da non rendere necessari interventi di irrigazione pur trattandosi di una semina estiva.  Tale metodica colturale unitamente alla varietà del seme, dava fagioli di dimensioni medio piccole, di colore marrone chiaro uniforme e dal gusto eccelso specie se consumati secchi. Attualmente sono disponibili minime quantità di prodotto presso agricoltori ed ortolani dell'orvietano, ma non si ha notizia di aziende che lo commercializzino confezionato.

CECI
Il cece non è altro che il seme di una leguminosa conosciuta solo in forma coltivata. Il frutto è un piccolo legume ricoperto di una fine peluria, contenente due o tre semi tondeggianti, duri, di colore giallo crema e dalla superficie liscia o grinzosa: i ceci.
Il seme, raccolto tra giugno e ottobre, viene impiegato in cucina allo stato secco, e se ne possono ricavare anche delle farine.
E' un  cibo usato dall'uomo da almeno 7000 anni e conosciuti in moltissimi paesi, anche in Oriente ed in India.

I ceci si trovano soltanto allo stato secco e se ne distinguono principalmente due varietà:
- mediterranea, più grande e tendente al giallo
- orientale, più piccola e rossastra.

Come viene utilizzato
I ceci sono ricchi di amidi e lipidi  hanno fama di essere i più digeribili fra i legumi forse perché stimolano i succhi gastrici e il pancreas. Consistente anche il contenuto in vitamina A e C, in fibra (che aiuta a tenere pulito l'intestino, evitando i depositi di rifiuti tossici), Calcio, Ferro, Potassio, Fosforo. Sono anticolesterolo, indicati nelle malattie coronariche da ipercolesterolemia, sono indicati agli ipertesi, agli obesi ed ai sofferenti di malattie circolatorie. Pare abbiano un'azione antisettica delle vie urinarie, oltre che la capacità di eliminare l'acido urico e la renella. 
Il cece non si consuma fresco, ossia appena colto, ma sempre seccato più o meno a lungo. Così in autunno sono disponibili i ceci raccolti nell'estate precedente, e in estate si consumano quelli raccolti l'anno prima. Questo non intacca in alcun modo la loro qualità perché essendo molto resistenti possono essere ottimi anche 18 mesi dopo la raccolta, naturalmente se trattati nel modo giusto. Qualche problema, semmai, può esserci nella preparazione. Il cece secco va tenuto in ammollo. Il cece va lessato, qualsiasi uso se ne voglia fare: zuppa, minestra, contorno o purè. Preparazioni a base di ceci si trovano in quasi tutte le cucine regionali italiane, dal Piemonte alla Sicilia.
Di questo legume si utilizza anche la farina, usata per fare una grande varietà di focacce

Lessatura di base
Una volta ammollati, i ceci vanno cotti a fuoco basso, in una quantità d'acqua che basti a coprirli di due dita. L'acqua deve essere salata (salvo esplicite indicazioni contrarie nella singola ricetta) e aromatizzata con erbe come salvia, rosmarino, sedano e alloro. Per rendere più vellutata la superficie del cece, è consigliabile aggiungere un po' d'olio o un pezzo di pancetta. Il tempo di cottura è variabile, ma mai inferiore alle 3 ore. I ceci così lessati possono essere consumati direttamente in insalata, conditi con olio e pepe.

Minestra di ceci detta MINESTRA DELLA DEVOZIONE
Per devozione le nostre nonne intendevano i primi venerdì di ogni mese e tutte le altre vigilie, le Ceneri, Natale, quando si doveva fare astinenza. Minestra di ceci per devozione, diceva il " capoccia " sin dal mattino presto, ma la massaia aveva già provveduto sin dal giorno prima mettendo a bagno i ceci, com'era tradizione, procurandosi le verdure, fra le quali non mancavano mai il finocchio selvatico, il raperonzolo, i cipollotti selvatici, alcune foglie di menta, il tutto tritato finemente e messo in tegame con filetti di acciuga, olio, aglio, peperoncino e acqua. Si tiravano a cottura lentamente fino a che tutto non era poltiglia. I ceci venivano cotti a parte in una pignatta: metà veniva passata al passatutto e la passata ottenuta veniva unita al tegame delle erbette e acciughe. Infine si amalgamava con i restanti ceci, si preparavano grosse fette di pane casereccio che si adagiavano in ogni scodella e sopra queste fette si versava un ramaiolo di zuppa della devozione, un filino di olio buono (appena una lacrima diceva il "Vergaro", che l'anno è lungo).